
Ottobre 2009
Mi è stato chiesto di scrivere un ricordo di Giovanni Paolo II. Non è facile perché il tempo non ha fatto scomparire la ferita della perdita ma è necessario per rendere testimonianza a ciò che è accaduto.
La prima volta che ho visto di persona Karol Wojtyla ero in mezzo ad una folla. Lui passava, stringeva le mani, si soffermava con ciascuno una manciata di secondi. In uno spazio così breve riusciva a comunicare la certezza di un interesse vivo per la tua persona. Io ricordo di avere pensato: questo è uno che darebbe la vita per te, se ne avesse la possibilità e ci fosse una occasione. Non era un cavaliere dell’ideale, era un amico degli uomini. Allora lui non conosceva me ma io conoscevo già lui. Entrava nella vita dei suoi amici e quelli a loro volta entravano nella vita di altre persone, e parlavano di lui e raccontavano delle cose che lui faceva, del modo che aveva di dare senso e calore alle cose usuali. Per lui ogni momento era importante ed ogni momento trascorso con lui era un avvenimento in cui il cuore del mondo si faceva più vicino. I suoi amici raccontavano di lui alle persone che a loro volta incontravano. Così tanti che non lo avevano mai visto sentivano di conoscerlo da vicino e di essere suoi amici, anche senza il supporto di facebook. Aiutavano molto i suoi scritti che passavano di mano in mano. Non tanto i libri di filosofia (tranne forse “Amore e Responsabilità” che ha accompagnato la crescita di molti grandi amori) quanto le prediche che circolavano dattiloscritte o al massimo ciclostilate. Così era presente nella vita di molti ed intorno a lui si creava un ambiente. Ambiente in polacco si dice srodowisko e questo era anche il nome di una associazione che a un certo punto formarono quelli che gli erano più vicino. Ma dello “srodowisko” in senso lato facevano parte molte altre persone, forse l’intera diocesi di Cracovia. Il sinodo diocesano (che durò sette anni) fu una occasione per dilatare quella esperienza originaria fino a che tanti fossero coinvolti. Il problema non era scrivere i documenti ma coinvolgere le persone in una esperienza di liberazione in atto. Il regime stava a guardare e non capiva. Per i comunisti tutto era politica ed in quei circoli lì , a rigore, di politica se ne faceva ben poca. Si parlava della verità dell’uomo, si organizzavano convegni di studio, vacanze insieme, corsi di esercizi spirituali, pellegrinaggi… La cosa principale era però il ritrovarsi insieme in una comunità libera dal dominio, illuminata dal fascino misterioso di quella persona. Se qualcuno gli avesse chiesto quale era la ragione di quel fascino Wojtyla semplicemente avrebbe risposto: è la presenza di Cristo nella vita, la preghiera perché questa presenza si rafforzi e non venga meno. Non era un leader, almeno non come i leaders di questo mondo. Non chiamava a se stesso ma ad una cosa più grande di lui che lui stesso stava seguendo e parlava con la gente non per inserirli in un suo progetto ma per aiutarli a trovare in se stessi la luce di quella presenza che aveva illuminato la sua vita. Aiutava a scoprire la propria vocazione, cioè il proprio dovere. Una cosa che infastidiva e preoccupava il regime era che queste comunità erano difficilmente infiltrabili. In una società in cui nessuno parlava con nessuno perché era lecito il sospetto che anche l’amico più caro fosse una spia o un agente provocatore del regime l’amicizia di quell’ambiente che si estese progressivamente fino a coinvolgere tutta la Chiesa di Cracovia creava uno spazio di fiducia reciproca e di solidarietà.
Di recente mi hanno invitato in Polonia a parlare del tema “Ricordi degli anni della cospirazione”. Io ho cominciato dicendo che dovevano essersi sbagliati perché io in Polonia ho cospirato pochissimo. Tenevamo seminari, facevamo corsi universitari. Erano, in verità corsi e seminari clandestini ma solo perché il regime era convinto che cospirassimo, ma non era vero.
O forse era vero. Per un regime convinto che tutto fosse politica, che tutto potesse e dovesse ridursi a rapporti di forza politico militare la minaccia più terribile era che si affermasse che la politica non è tutto e che vi è una realtà più alta che giudica anche la politica. Nella società alternativa si rendeva presente una misura della verità dell’uomo, una etica davanti alla quale anche la politica doveva giustificarsi e poteva venire trovata carente. In un certo senso attorno a Wojtyla si parlava di politica, ma di un’altra politica. Si parlava del bene dell’uomo e della nazione. Non si capisce la storia polacca di quegli anni affascinanti e terribili se non si ricorda questa grande esperienza educativa con cui Wojtyla (e prima di lui Wyszynski ) avevano permeato la società polacca. Non si capisce la lotta di Solidarność senza violenza e continuamente segnata dall’appello alla verità ed alla coscienza dell’avversario. Nulla per il totalitarismo è così eversivo come l’affermazione di una sfera dell’esistenza che viene prima della politica e giudica anche la politica.
Davanti a questa coscienza la politica del totalitarismo non poteva non essere condannata e così è stato. Ma siamo sicuri che la nostra politica occidentale passi l’esame della coscienza? Io ricordo il tempo della guerra in Iraq. Allora ero ministro e cercavo di spiegargli la politica del governo, le molte buone ragioni per cui non potevamo non collaborare con gli americani, pur non partecipando direttamente alle operazioni militari. Lui capiva ma non era convinto. Una volta mi ha detto: come è possibile che il popolo polacco abbia trovato un cammino non violento per riconquistare la libertà contro quello che era allora l’impero più forte del mondo e le nazioni più potenti della terra non trovino un modo di difendere la legge internazionale contro l’Iraq senza seminare morte e distruzione? La domanda mi accompagna ancora, mentre sempre più si militarizzano le relazioni internazionali senza che questo porti a progressi evidenti verso la pace ed un migliore ordine mondiale.
Rocco Buttiglione

0 commenti:
Posta un commento